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L’arte commestibile di Francesco Caroli

23 lug — 2019   Lettura 3 min
Storie Emilia-Romagna

Cibo e arte, un binomio antico e unico che nei secoli ha narrato storie di incontri e scontri, intere culture e raffigurato semplici momenti quotidiani. Oggi, ancora, si utilizza l’arte per rappresentare il cibo e i frammenti di vicende umane a esso legati, unendo in un unico atto narrativo storie e punti di vista che si rincorrono in questa onda continua che chiamiamo tempo.

Ci piace scovare nuovi talenti del food anche attraverso i social. La scoperta delle opere di Francesco Caroli, protagonista di questa intervista, l’abbiamo fatta su Instagram, scorgendo le foto delle sue belle creazioni fra hashtag e stories.

Scopriamo insieme Francesco Caroli e la sua arte.

Ciao Francesco, benvenuto su Italian Food Experience. Parlaci un po’ di te, della tua storia e del tuo percorso da artista.

Salve a tutti. Io sono Francesco, ho 20 anni e vivo a Faenza, in Emilia-Romagna. Sono studente del primo anno di scienze gastronomiche presso l’università di Parma.

Vi racconto brevemente le mie due grandi passioni: l’arte e la gastronomia.

 Innanzitutto, ci tengo a precisare cos’è per me il cibo e l’arte. Il buon cibo, inteso a tutto tondo,  con i suoi sapori, profumi,  colori e forme; ma anche con la sua involontaria capacità di unire culture e persone, infatti, ogni giorno ci riuniamo per mangiare, o meglio, per condividere lo stesso alimento con amici, parenti e a volte anche sconosciuti. Dunque riflettendo, l’importanza del cibo, coinvolge non solo il gusto ma anche la convivialità e la condivisione, mangiare non è solo nutrirsi ma anche coltivare relazioni.

Anche la bellezza e l’importanza che ricopre l’arte per l’essere umano è un dettaglio da non tralasciare. Da sempre l’uomo ha l’esigenza di comunicare attraverso simboli e immagini proprio come, se vogliamo, il gesto di preparare un pasto.

Col tempo l’arte si evolve, esprimendo concetti sempre più complessi e intimi proprio come la gastronomia. Ne sono un esempio le ricette, a volte complicate e raffinate, così come la costruzione del piatto, una vera e propria forma d’arte: oggi, infatti, è importante comunicare anche solo con la presentazione del piatto.

Dopo questo breve confronto fra il mondo del cibo e quello dell’arte, ho deciso di voler fondere queste due passioni, dando vita così al progetto “Art Of Food, dove la cucina incontra l’arte”.

L’idea di questo progetto – diventato poi mostra presso la Galleria d’Arte Ronchini, a Faenza – è nata lo scorso anno: mi trovavo in aula quando, a fine lezione, con la professoressa di storia dell’arte ci ritrovammo a parlare di arte e cibo, due grandi passioni che casualmente condividiamo. Da qui, l’input di creare una mostra, costruita su un progetto concreto che poi mi ha dato molta soddisfazione.

Concludo affermando che arte e cibo hanno molti aspetti in comune: uno fra tutti è che il cibo ha una molteplicità di propri colori che si prestano bene a essere rappresentati, in maniera naturale, attraverso l’arte pittorica.

 

 

Come è nata l’idea di unire il mondo del cibo con quello dell’arte?

Credo che il cibo sia una vera a propria forma d’arte, ha lo stesso potere dell’arte pittorica: esso riesce a comunicare, emozionare e a parlare proprio come l’arte.

 

Hai riprodotto famosi quadri attraverso il cibo. Come nasce la progettazione di un’opera d’arte total food?

La fase più complicata e lenta, sinceramente, è proprio quella della ricerca e selezione dei quadri da riformulare in chiave gastronomica. Per la mostra “Art Of Food, dove la cucina incontra l’arte” ho dovuto consultare diversi libri d’arte prima di trovare i quattordici pezzi ufficiali. Quando trovavo un’opera che mi ispirava e che pensavo potesse essere riprodotta con il cibo, cercavo di immaginarla finita e mi chiedevo quali materie prime utilizzare e come avrei potuto realizzarla nel modo più sincero e fedele possibile, mantenendo i colori e le strutture delle opere originali. Le foto sono state realizzate da un amico, Giovanni Ambrosini, il quale durante lo shooting fotografico mi ha dato preziose dritte su come ottenere un risultato migliore del quadro imitato.

Quale opera da te realizzata ti è piaciuta di più? Perché?

Durante la realizzazione delle quattordici foto mi sono reso conto che una mi aveva colpito di più. Si tratta dell’opera di Arnold Boclkin conosciuta come “L’isola dei morti” (1883) la quale ho cambiato il titolo in “L’isola dei rimorsi”. Ero molto contento del risultato finale, mi trasferiva qualcosa. All’inizio non sapevo bene come interpretare il quadro ma sentivo che c’era qualcosa che mi emozionava; guardando il lavoro ottenuto, posso dire di esserne orgoglioso.

 

Quali risultati hai ottenuto con la tua mostra a Faenza?

L’esposizione nella mia città è durata 8 giorni, durante i quali  ho potuto trasmettere un po’ della mia passione sull’arte e sul cibo agli osservatori che mi chiedevano la storia del progetto. Per me, ovviamente, è stato molto divertente e stimolante ma anche stancante, ma sono grato di questa occasione. Posso dire di aver ottenuto una bella settimana di arte e cibo nella mia città; se poi è piaciuta ai cittadini, mi fa molto piacere.

 

Attualmente su cosa stai lavorando?

Ho diverse idee in mente ma niente di concreto. Sicuramente mi piacerebbe tornare con un altro evento, ma senza fretta. L’arte non si cerca, si trova.

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